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Armageddon Time – Il tempo dell’apocalisse: la recensione

Al Cinema dal 23 marzo

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Dopo un film ambientato nella foresta amazzonica e uno nello spazio, James Gray torna nel suo mondo, a raccontare della propria infanzia con Armageddon Time – Il tempo dell’apocalisse. Un coming of age in cui il protagonista vive la propria adolescenza nell’America reaganiana degli anni Ottanta. Da qui il titolo del film che si riferisce proprio all’ossessione di Ronald Reagan per la fine del mondo, oltre che alla celebre canzone dei Clash.

Gray aggiunge la sua intima esperienza sulla scia delle opere di Sorrentino, Spielberg e Branagh e si confronta col suo passato per raccontare una vicenda che ha molto di attuale. L’american dream fa da filo conduttore alla vicenda: Paul Graff (un eccezionale Michael Banks Repeta), dodicenne di origine ebreo-ucraina che vive nel Queens, a New York, fa amicizia con un coetaneo afro-americano e questo legame viene messo costantemente in pericolo dall’ottusità e dal razzismo imperanti.

Da Armageddon Time a The Fabelmans, quando i registi si raccontano sul grande schermo

 

Il regista racconta uno spaccato della società americana, in cui quelli che ce l’hanno fatta sembrano aver dimenticato il proprio background e contribuiscono a fomentare le discriminazioni, accrescendo il divario tra i ricchi e i poveri. Il gap generazionale tra il protagonsita e i genitori è accentuato maggiormente dalla sua scarsa attitudine allo studio e dall’amore per l’Arte. I genitori non lo capiscono, vorrebbero che Paul si dedicasse seriamente agli studi per assurgere a un ruolo di potere, che gli assicurerà un futuro diverso da quello dei suoi avi; e invece lui si incanta con i dipinti di Kandinsky e sogna di diventare un artista. L’unico in grado di capirlo è il nonno (Anthony Hopkins), che a differenza dei genitori (Anne Hathaway e Jeremy Strong) ha col nipote un legame privilegiato e dà valore ai suoi sogni di ragazzino.

Armageddon Time, una clip esclusiva del film con Anne Hathaway e Anthony Hopkins | Sky TG24

 

Pur essendo fortemente autobiografico, il film presenta temi già ampiamente trattati (per non dire abusati) nella cinematografia mondiale e non scende così in profondità come ci si aspetterebbe; di conseguenza il racconto sembra piuttosto freddo, emozionante a tratti (la scena in auto, in cui il padre spiega al figlio la differenza tra le persone privilegiate e quelle che non avranno mai un posto nella società, è un pugno allo stomaco) ma poco originale nel complesso. Da vedere per le eccezionali interpretazioni dei protagonisti, ma se vi aspettate un tuffo al cuore, potreste rimanere molto delusi.

Ecco il trailer:

 

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