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David Petrucci: “Dalla musica alla regia, così mi sono appassionato all’Horror”

Intervista esclusiva al regista che sta riscuotendo enorme successo all'estero con il film Black Secret

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Migliore Film Horror al Boden International Film Festival nel 2021, Menzione d’Onore ai New York Movie Awards e Miglior Horror ai Tokyo Film Awards quest’anno: sono solo alcuni tra i tanti premi che il regista David Petrucci sta portando a casa per il film Black Secret. Eppure l’industria del Cinema in Italia sembra restare ancora una volta un passo indietro rispetto all’estero e non ha ancora valorizzato appieno uno dei nostri più interessanti talenti nella direzione dei film horror.
Lo abbiamo intervistato in esclusiva per La Voce del Cinema.

 

Sei sceneggiatore e regista di un film che ha già riscosso consensi in svariati festival internazionali: cosa rappresenta per te il film Black Secret?

Volevo creare qualcosa di indipendente, che fosse speciale, quindi  ci tenevo che venisse davvero bene. Sono molto soddisfatto delle numerose vittorie in giro per il mondo. Si tratta di un film muto, in bianco e nero, che parla di tematiche forti, come il razzismo. Col senno di poi sembra abbia anticipato alcune situazioni legate alla pandemia. La bellezza dei film horror è quella di riuscire a spettacolarizzare la metafora: il protagonista attraverso la violenza si trasforma. Questo connubio tra il nazista e lo scienziato che, ognuno col proprio personale obiettivo, finiscono a fare le stesse cose orribili, in nome dei propri ideali, rappresenta il cuore della storia. Mi piacerebbe continuare a raccontarla, sperando se ne riesca a trarre una saga. Il seguito, Scratched, lo sto già mandando a diversi festival.

 

 

Un film indipendente, che ha partecipato e vinto a festival in cui ti sei confrontato anche con grandi produzioni: quanto lavoro c’è dietro a queste soddisfazioni?

Moltissimo. Essere da solo, o quasi, a realizzare un film è da pazzi! Tuttavia, nonostante l’enorme fatica, la soddisfazione di ricevre complimenti e riconoscimenti prestigiosi, ripaga di tutto. Ogni manifestazione cinematografica alla quale ho partecipato mi ha lasciato un’emozione profonda. La prima di Hope Lost, un altro mio film, si è svolta al Chinese Theatre e mi è dispiaciuto non poterci essere perché contemporaneamente ero in Siberia. Rimpiango un po’ di non esserci potuto andare, ma in quel periodo, proprio in Siberia, ho incontrato la donna che ora è mia moglie. Oltre a essere la mia compagna, mi dà un supporto fondamentale nel mio lavoro.

 

E in Italia, perché non se ne parla?

Non può che dispiacermi il non sentirmi valorizzato proprio nel mio Paese. Sono nato a Roma, nel guartiere Garbatella, ho vissuto dodici anni a Londra ed è lì che è nata la mia passione per la regia, ma è ovvio che sarei felice se i miei lavori venissero considerati anche qui.

 

Hai sempre voluto fare il regista?

No, anzi, ci sono arrivato quasi per caso. Da ragazzino pensavo di fare il fumettista, (altra mia grande passione!) oppure il musicista. In Inghilterra ci sono andato pensando di rimanerci un anno, ne sono passati dodici. Dopo qualche anno in cui suonavo nei locali mi è venuta una forte allergia alle corde e a quel punto, se volevo sopravvivere, dovevo trovare una passione altrettanto grande per andare avanti. Ho venduto gli strumenti musicali e ho comprato una telecamera. Ho iniziato a girare e a montare: all’inizio era un hobby, ma poi un importante produttore mi ha convinto a mandare i corti che giravo ad alcuni festival. Da quel momento in poi non mi sono più fermato.

 

Ti manca la musica?

Ora posso di nuovo suonare, perché oggi le corde vengono fabbricate in modo da non dare problemi anche a chi è allergico al nichel come me. Suono di nuovo in una band e realizzo anche le musiche dei miei film. Non ho mai accettato di non poter suonare e ora, in qualche modo, continuo a farlo.

 

In un horror la musica è fondamentale!

Assolutamente sì. In generale l’audio contribuisce almeno per metà alla riuscita di un film.

 

Hai dei modelli per la regia?

Mi sento contaminato da maestri come David Fincher e Dario Argento. Avendo lavorato soprattutto all’estero, credo di aver preso molto di più lo stile anglosassone, rispetto a quello italiano nella maniera di girare film.

 

Il tuo sogno per il futuro?

Vorrei che il mio film fosse presentato al Raindance Film Festival, la stessa kermesse in cui sono stati presentati The Blair Witch Project e Memento. Chissà, a volte i sogni si avverano!

 

 

 

 

 

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