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Blade Runner 2049: la nostra recensione

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Non è facile sfornare un sequel che, a detta dei fan più sfegatati, non faccia rimpiangere di essere andati al cinema: Blade Runner 2049 non è una copia pedissequa dell’originale, icona indiscussa per gli appassionati del genere fantascientifico, ma regala emozioni nuove.

Il protagonista è un replicante di ultima generazione, che dà la caccia ai vecchi replicanti ribelli. Nel corso di un’indagine, farà una scoperta le cui conseguenze potrebbero abbattere definitivamente il muro che separa gli uomini dai replicanti e che innesca contemporaneamente un profondo cambiamento in lui. Egli inizierà infatti a dubitare della sua stessa natura e alla fine ritroverà Rick Deckart (Harrison Ford torna a interpretare il personaggio della versione originale), svanito nel nulla trent’anni prima senza lasciare traccia alcuna di sé.

Interessante dal punto di vista estetico, anche per chi non ama particolarmente il genere, la pellicola si sofferma molto su dettagli e suggestioni visive. Il protagonista, agente K (ci viene subio alla mente il personaggio de Il Processo di Kafka) è interpretato da un intenso Ryan Gosling, diretto da Denis Villeneuve, che considera questo come il suo miglior film.

Il film dura quasi tre ore, in origine quattro, tant’è che si era pensato di suddividerlo in due parti. Il montatore, Joe Walker, ha raccontato i motivi della scelta: “Volevamo dare un titolo a ogni capitolo della narrazione: abbiamo presto cambiato idea, ma è rimasta quella che ricorda un po’ il risveglio da un sogno. Si tratta di una scelta precisa dal punto di vista visivo, ma anche del ritmo che stavano creando sul set e dell’atmosfera un po’ da allucinazione che abbiamo dato al montaggio, come se si trattasse di un sogno che ti trascina inesorabilmente verso la verità”.

 

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