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Smetto quando voglio-Ad Honorem. La nostra recensione

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La degna conclusione di una trilogia che già dal primo momento si presentava con tutte le carte in regola per diventare un cult del cinema italiano: Smetto quando voglio – Ad Honorem non delude le aspettative e, anzi, le supera se possibile. Legato a doppio filo al primo e al secondo episodio (consigliamo caldamente un ripasso dei capitoli precedenti, prima di andare al cinema!) dipana le situazioni irrisolte e ancora oscure, spiegando a fondo la storia di alcuni personaggi.

Sydney Sibilia maneggia con destrezza un genere che in Italia non viene di solito utilizzato. L’espediente della trilogia è sicuramente, come in tanti hanno detto, un’operazione di marketing nata dal successo del primo film: gli ultimi due sono stati infatti girati insieme, anche se usciti a distanza di diversi mesi. Il risultato non è una pellicola carina non all’altezza dell’esordio, ma un’opera che è un crescendo di azione e pathos.

Gli eventi culminano nella resa dei conti finale, in cui da una parte c’è la rassegnazione nel capire che i veri talenti non saranno mai al posto giusto, con i dovuti riconoscimenti, ma sono costretti a vivere ai margini della società; dall’altra la speranza nel futuro, con i due giovani studenti non ancora disillusi, che varcano le porte dell’Università pieni di sogni e di progetti per l’avvenire.

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